domenica 25 marzo 2007

Miyazaki Earthsea LeGuin Age of Bronze, ovvero: girando per la rete

Ho recentemente scoperto su questo sito dedicato allo Studio Ghibli che il figlio del mitico Hayao Miyazaki, Goro Miyazaki, ha diretto un anime intitolato Gedo Sinki - Tales From Earthsea, ispirato nientepocodimenoché alla saga di Earthsea, scritto dalla grande Ursula K.LeGuin (in Italia il film uscirà con il titolo "I racconti di Terramare", che suona un poco strano ma nemmeno etimologicamente scorretto).

Continuando a navigare seguendo i diversi link, ho poi scoperto con disappunto che in un'intervista la LeGuin si dice affatto soddisfatta del film d'animazione che ne è stato tratto.
Leggetevi l'intervista (in inglese): la LeGuin s'è detta amareggiata, in quanto hanno riscritto la storia inserendo una gran quantità di "isteria e spargimenti di sangue". Insomma, per la LeGuin lo Studio Ghibli è estremamente male-centered, e anche se gli eroi delle sue storie sono principalemente ragazze, lo studio è gestito principalmente da uomini.

Che dire, non ho ancora visto il film, ma cosa succede se due autori che ami entrano in conflitto?
Normalmente ci si augura che la traduzione in film rinnovi e moltiplichi il piacere ricevuto dalla lettura.
Nel caso di due autori maestri nel loro campo si può credere che possano formare una sinergia unica e produrre un'opera indimenticabile, e invece..
Eppure la storia delle diverse arti sono piene di opere rovinate, piccole cicatrici delle speranze di una trasposizione tradita.
In realtà posso constatare che si tratta "solo" del figlio di Miyazaki, e non dello stesso Hayao, quindi vince la LeGuin! Peccato però..


Tra l'altro qui la LeGuin cita fra le sue letture preferite (quelle più recenti) la graphic novel sulla guerra di Troia Age of Bronze (ovvero il fumetto L'età del bronzo, di Eric Shanower, edito in Italia dalla Free Books). Non posso che unirmi al suo giudizio, davvero un gran bel fumetto, e chissà che un giorno non ne scriva.

sabato 24 marzo 2007

Fumetti Made in Japan

Made in Japan, AA.VV., ed. Coconino Press, 16,00 euro.

Sedici autori giapponesi e francesi per altrettante storie ambientate in Giappone. Gli autori francesi sono stati ospitati nella terra del sol levante da diverse istituzioni francesi perchè raccontino la loro esperienza, mentre quelli giapponesi fanno altrettanto per le proprie località di origine.

Un viaggio in una terra che oggi resta ancora esotica e mitizzata, nel bene e nel male.

Pur tra narrazioni di tipo diverso, dal racconto minimalista, alla trascrizione del viaggio in un mondo nuovo, alla storia "ispirata a", lo scarto tra i racconti degli autori, ora francesi ora giapponesi, si può evincere più che altro per il livello di profondità dell'ispirazione che se ne percepisce.

Come dice Fabrice Neaud "La barriera linguistica è tale che il soggiorno è stato troppo breve per imparare (...) ed è stato troppo lungo per riempire pienamente, e senza lasciare spazio all'angoscia, i miei ristretti limiti di turista occidentale (...)", e ancora "Torno in Francia" "con questa sensazione di essere di nuovo passato a lato di qualcosa".

I racconti (e gli autori) sono:
  • In riva al mare di Kan Takahama
  • La porta d'ingresso di David Prudhomme
  • Cielo d'estate di Jiro Taniguchi
  • Ora posso anche morire! di Aurélia Aurita
  • Osaka di F.Schuiten e B.Peeters
  • Shin.Ici di E.Guibert
  • I nuovi dei di N.De Crécy
  • Kankichi di Taiyo Matsumoto
  • La Tokyo di Ualteru di Joann Sfar
  • Il girasole di Little Fish
  • Il canto dei grilli di Moyoko Anno
  • Nella viuzza Amore di F.Boilet
  • La città degli alberi di Fabrice Neaud
  • La festa dei cavalli di Daisuke Igrashi
  • Nella foresta più profonda di Kazuichi Hanawa
  • Sapporo fiction di Etienne Davodeau

Tra questi segnalo in particolare la storia di Jiro Taniguchi, che evoca la nostalgia ma anche il dramma di un momento della propria adolescenza, e la sfacciata ma allegra constatazione delle differenze di due popoli esternata senza pudore da Joann Sfar.

Pur con una certa discontinuità qualitativa (ma minore che in altre raccolte), trovo sia stato un esperimento comunque interessante.

Per chi non è in Koma..

Koma Vol. 1 (di 2) - La voce dei camini, di P.Wazem e F.Peeters, ed. ReNoir, 12,00 euro.

Un bel fumettino, disegnato e raccontato con mano delicata: narra la storia di una bambina, Addidas ("non come le scarpe") che aiuta il padre nel lavoro di spazzacamino, tra i problemi quotidiani, la perdita della madre, e gli strani svenimenti che la colpiscono.
Il mondo in cui vive è un mondo strano, in cui la campagna non si scorge e gli uomini sono sottoposti a autorità oppressive. Ma la bambina scoprirà un nuovo mondo "sotto", nelle profondità della terra, e una macchina rotta a cui la sua vita è legata.

Quel che colpisce è il modo in cui la bambina affronta il mondo, la sua pacatezza pur nelle difficoltà in cui si trova.
In attesa del secondo e conclusivo volume, ci poniamo la domanda, "a che altezza una collina diventi una montagna"...

giovedì 22 marzo 2007

Le terre natie delle Favole

Fables - Terre natie, di B.Willingham, M.Buckingham, D.Hahn, e S.Leialoha, ed. Planeta DeAgostini, 12,95 euro.

Le Favole al giorno d'oggi sono relegate a convivere con le molte difficoltà della vita comune, ormai in esilio dalle terre natie che le avevano partorite, invase ormai da favole incattivite e ciniche dominate da un Avversario di cui poco si sa.
Fino a oggi! Questo volume, al di là di metafora, spiega finalmente chi sta dietro l'invasione e conquista del mondo delle favole.

..tutto qui?, vien da dire: purtroppo il mistero tenuto vivo negli albi precedenti si perde nello svolgersi della storia, e si mortifica in un calo di tensione finale che non soddisfa e non rilancia (come un buon autore dovrebbe saper fare).
Per metà volume assistiamo alle vicende insipide di Jack (quello della pianta di fagiolo che sale fino al cielo). Poi assistiamo al fiorire di sottotrame inutili (Mowgli, Bestia e Principe Azzurro), con un a solo prolungato di Boy Blue, l'eroe dell'albo, che fa tutto grazie a un mantello dei desideri e nemmeno troppo ingegno.

Insomma, questa serie che pure parte da un'idea intrigante da un po' di tempo a questa parte si è persa, e chissà mai se si riprenderà.
(dei disegni non dico altro se non che sono mediocri, non pretendevo certo la maestria di Dino Battaglia o Philip Craig Russell, ma qualcosina di meglio sì!)

Altre note sulla veste editoriale: le traduzioni soffrono (ancora!) di qualche refuso (più che altro balloons in spagnolo); sarebbe stato molto interessante e apprezzato, per un volume come questo, un apparato redazionale almeno un pochino sviluppato, così si perde metà del gusto della lettura; e infine, anche qui indicare il prezzo di 12,95 euro è ridicolo, potrebbero almeno adeguarsi allo standard della Alessandro Editore!

Alita Last Order, by Yukito Kishiro

Diciottesimo albetto di Alita Last Order, e si spiega finalmente il titolo di questa nuova miniserie!
Prosegue il flashback su Vilma Fachiri (ma gli autori giapponesi dove pescano i nomi?!?), alias Caella Sanguinis, quando ancora Alita non c'era e non era ancora stato sviluppato il mitico stile di combattimento panzer kunst...
Insomma, vengono spiegate le origini di varie cose che nel futuro cyber-postatomico di Alita avranno un'importanza fondamentale.

Questo numero risveglia l'interesse per la serie, che per la verità paga, come altre serie manga, un rarefarsi di uscite nel tempo (con il lettore avido che spera solo che l'autore lavori 24 ore al giorno!).
Se la mia pazienza lo consentisse, andrebbe riletta al suo completamento, per avere una visione d'insieme.

Alita Last Order n. 18, di Yukito Kishiro, Panini Comics, 2,00 euro.

sabato 17 marzo 2007

Borat

Che dire di questo film, girato in simil-candid camera? Per capire di cosa parlo rimando a questo sito, in cui vi sono altre recensioni: ora dirò la mia opinione.

All'inizio ero vagamente raggelato, non tanto per la rappresentazione del Kazakhstan, esagerata tanto da risultare evidentemente fasulla e voluta, praticamente una trappola per trucidi, quanto perchè non ne capivo l'intenzione - vuole far ridere così? - mi chiedevo (il pubblico in realtà rideva da subito, c'è chi ha chiesto ad alta voce se in Kazakhstan fossero davvero così).
Insomma, temevo di dover penare prima della fine del film.

Poi, dall'arrivo del falso giornalista del falso terzomondo in America ho iniziato, se non ad apprezzarlo, quantomeno a capire il senso e l'intenzione dissacratoria dell'autore.
In particolare questo film, in fondo orientato verso un pubblico anglofilo (americano e inglese), attacca quello che è un sentimento di cui si è poco consapevoli ma anche molto suscettibili, che è se vogliamo l'amor patrio e il sentimento di fondamentale superiorità della propria "civiltà" (in questo caso americanità).

L'epopea di Borat per gli Stati Uniti in fondo attacca i fondamenti della cultura americana (o almeno, credo! non conosco così bene gli USA): la vendita libera di armi, il conservatorismo razzista e omofobo, la faccia falsamente benevolente e pia dei wasp, il maschilismo (giovanile) e il femminismo (tendente al senile), il modello di bellezza siliconata (risultando invece quasi tenero verso la figura della prostituta), l'odio verso gli ebrei, quasi folkloristico da parte del mondo (attuato in fondo solo da falsi kazakhi) contro quello più reale da parte di alcuni americani.

Sarebbe interessante verificare il messaggio che in Italia viene tramesso: in sala si sono udite tante risate, che ci si può chiedere se si è sintonizzati sulla stessa frequenza dell'umorismo comunque rozzo (alla scena del diverbio dei due kazakhi ho riso davvero, pure nel disgusto, immaginandomi l'effetto di recitare nella parte di Borat!), oppure se in fondo si è estranei all'oggetto della sua satira sbeffeggiante la cultura americana.

Una cosa che mi è sembrato di percepire, è stata una risata più raggelata, quasi forzata del pubblico, nella scena dell'incontro con i cristiani pentecostali, in cui Borat si abbandona nel dolore alla comunione con la comunità.
Forse perchè era la scena in cui un pubblico italiano si poteva più riconoscere, quasi un attacco alla sacralità percepita della fede e dell'istituto del miracolo?

Sarebbe interessante verificare statisticamente l'impressione che il pubblico ha ricevuto dal film, e confrontare gli effetti per un pubblico di paesi e culture differenti.
E, in fondo, anche verificare l'effetto di variazioni sul tema: un falso giornalista americano in visita nel terzo mondo, un falso namibiano in Italia, ecc.

giovedì 15 marzo 2007

Dylan Dog e una locanda che non è la fine del mondo

Dylan Dog 246 - La locanda alla fine del mondo, di M.Masiero e G.Freghieri, Sergio Bonelli Editore, 2,50 euro.
Una storia in parte debitrice, come scritto nella stessa rubrica, di un volume del ciclo di Sandman di Neil Gaiman, ma anche di tutte le storie che presentano una struttura narrativa con una storia cornice che racchiude altre storie, come le Mille e una notte, I racconti di Canterbury di Chaucer, il Decamerone di Boccaccio (e non mi sembra una novità nemmeno per Dylan Dog, anche se la memoria non mi aiuta).
Un modello non originale, e in questo non vedo una colpa, che non viene giustificato dalla necessità di raccontare una storia che risulta un poco sciapa, senza mordente nè necessità.

In particolare, verso il finale vengono presentate possibilità di risoluzione alquanto deboli, con un'idea dell'inferno che sinceramente viene del tutto svuotata di significato (che l'inferno sia in sè un'idea debole si può discutere, ma renderla del tutto banale mi sembra eccessivo).
Per una storia debole, il disegno di Freghieri, pur professionale, non brilla.

Sempre nella rubrica, un ricordo al compianto e grandissimo Gino D'Antonio, mancato di recente.