lunedì 25 febbraio 2013

Considerazioni (libere) sulla commedia all'italiana

La commedia all'italiana è figlia del verismo, quando il verista ha volto lo sguardo su di sè, o sugli altri ma indulgendo nell'identificazione*, è nata la commedia all'italiana, che non è altro se non la commedia con un verdetto.

Perchè lo sguardo su di sè non si sopporta a lungo, se il giudizio non si riesce a stemperare con la facezia.
E a differenza della commedia, leggera di per sè come un soffio di vento o le bollicine dello sciampagn, nella commedia all'italiana tutti i personaggi sono passati sotto lo sguardo bruciante dell'autovalutazione, che si cerca di ignorare facendo spallucce.

Si può dire che i protagonisti della commedia all'italiana sono consapevoli del girare a vuoto nel loro teatrino, maschere e personaggi umani, ma stanno al gioco, e cercano di ingannare o ritardare il loro karma mascherando le labbra strette con un sorriso, arrangiandosi come si può.
Il personaggio della commedia all'italiana cerca di ingannare il destino in tutte le forme si presenti, tese a piegarlo e frustrarlo, e in questo non è dissimile dall'italiano e dal suo carattere nazionale: così come l'italiano che cerca di ingannare la burocrazia, che comunque lo ha relegato al ruolo di oggetto dell'esercizio di potere ("cani di paglia" di laotziana memoria**), nascondendosi tra le pieghe delle sue assurde leggi, o ignorandole completamente, il personaggio si cela dietro a inganni e autoinganni.

Se la tragedia sempre si nasconde dietro l'angolo, succede che a volte la commedia all'italiana viri nella tragicommedia, una su tutti, Fantozzi (si ride, ma senza speranza di riscatto, il protagonista è un'eterno paria, criceto che non riuscirà mai a uscire dalla ruota che gira, se non per brevi momenti, regalati per poter realizzare quel che si potrebbe essere senza il giogo, solo per poter rinnovare il carico coll'aggravante della consapevolezza).

La commedia pura e semplice eppure esiste nella scena italiana, anche ravvivata dalla necessaria concorrenza della superpotenza cinematografica americana, in cui viene meno la coscienza critica (c'è stato un decadimento della figura dell'intellettuale, almeno quello istituzionale: in certe analisi politiche l'intellettuale aveva un posto, nel capitalismo non lo so).
La consapevolezza del tragico si perde: o lo si lascia ad altri momenti (nei periodi di crisi prevale il desiderio di oblio), o in altri ambiti, il dramma, dai quali difficilmente sconfina.

* In fondo per capire gli altri non introiettiamo i loro pensieri, i loro sentimenti? (oppure li interpretiamo, come investigatori o piuttosto come attori?)
** Lao Tzu Dao De Jing, stanza 5: "Il cielo e la terra non sono umani: trattano i diecimila esseri come cani di paglia" (traduzione di Sabbadini A.S., ed. Urra), ovvero come oggetti che dopo l'uso vengono distrutti.
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